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articoli e recensioni

2011 settembre 24


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ANTONIO DE LUCA. suoni e suggestioni materiali

giugno 10, 2010
Arte&Arte
Il salento è sempre stato un “luogo” della mente, uno spazio onirico denso di forti contaminazioni. La natura geografica della sua collocazione lo ha reso crocevia di culture che hanno lasciato tracce indelebili. Proprio da questo affollarsi di miscellanee relazioni umane, proviene quella natura “artistica e sensibile” che si ritrova in ogni uomo e in ogni donna. Con l’apertura degli ultimi anni in effetti, molti sono i personaggi che possiamo vedere emergere dal fondo di magie rituali e profondi inconsci. Antonio De Luca, non è certo nuovo nel panorama artistico. Le sue sculture “sonore” sono il frutto di una ricerca antica, dove i materiali restituiti al tempo e schiodati dalla croce del loro eterno riposo, rivivono una identità antica che trascende la contemporaneità di suggestioni, per addentrarsi in labirinti intricati e profonde distanze. Ogni animo sollecitato dai cavi e dal suono di vecchi vassoi, ogni timpano risuona di qualcosa di ancestrale. Non è “nuovo”. Lo abbiamo sempre saputo. Antonio De Luca, lo restituisce alla sua terra, incontaminato e ancora potente: il suono.

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Luca Carbone

D'incontri




Per un malinteso senso del fare artistico, ormai però largamente dominante, che lo equipara agli andamenti delle mode e dei mercati – regolarmente premianti l’“originale” ed il “nuovo” quali inconcusse riproposizioni del già-atteso – rimandare ai plausibili “archetipi” immaginali di un’operazione artistica sembra offensivo per l’artista, a meno che non magnifichi le mai sopite vanità. Ma non sono queste le intenzioni che mi spingono a scrivere. L’archetipo immaginale a cui mi hanno rimandato le “stelle” di Antonio De Luca, passanti, grazie alla cura di Anna Cirignola, insieme ad altre opere, per lo studio-laboratorio Semerano in contrada Pisello, è l’opera di Klee – il Tempo. Un’opera che mi ha dapprima colpito, come quasi tutte le opere di Klee, per l’immediata irriconducibilità del titolo all’immagine – e che si è schiusa poi nel “tempo” (in quale “tempo” si schiude il Tempo? siamo sempre in un circolo ermeneutico!) ad un qualche possibile “rimando simbolico”. Coi rimandi bisogna andarci cauti: nella società della produzione di segni, segnali, segnature, simboli, e del loro costante superamento e relativa storicizzazione, la referenzialità – la fatale risposta alla fatale domanda: che cos’è questo? – si è spostata dal solo rapporto tra segno e cosa, anche al rapporto tra simbolo e cosa, tra segno e simbolo, e tra simbolo e simbolo – in un continuo, vertiginoso rimando di segni ad altri segni, che ad altri segni ancora rimandano senza che più alcuna cosa indichino, al di fuori del carosello segnico stesso: vagonate di semiotica vergate non ci scampano dall’alluvione dell’ovvietà “segnacolare”… d’altro canto “adoratori di segni” lo siamo da sempre – forse è persino questo che ci differenzia dalle altre specie… Certo questo stato di …segni giustifica in certo modo anche i facili accostamenti, ed incontrando le stelle di De Luca il più esplicito riferimento segnico, peraltro non necessariamente di semplice decifrazione, è la “stella di David”, piuttosto che il tempo kleeano. Ma è appunto solo un passaggio, per quanto corretto, referenziale: questo denota quello. Ma in un tramonto di rossi e grigi meravigliosi, sul terrazzo dello Studio Semerano s’incontravano le stelle di De Luca

ma inclinate lievemente, imprimenti all’occhio ed allo spazio un movimento potente, un andamento ruotante, comportando una dilatazione dello spazio nello spazio e, senza retorica, nello spazio del cuore. Questa fuga ruotante dello spazio s’interseca nello sguardo con un altro andamento che mi ricorda un tratto dei frammenti di un discorso amoroso nel quale Barthes racconta: “il fading dell’altro, quando si manifesta, mi angoscia perché mi sembra senza causa e senza fine. Come un triste miraggio, l’altro s’allontana, insegue l’infinito … sembra muoversi in lontananza, nella bruma; non già morto, ma vivente evanescente… [nella] bianca fatalità” – il fading dei segnali da De Luca raccolti e assemblati è quello dello svanire dei colori, e dei segni nel mutamento dell’arrugginire sino allo scrostarsi, e questa sostanza evanescente sembra coniugarsi e coniugarci col transeunte: con il movimento del tempo; dal quale però nel richiamo della memoria che non cede, grazie al ritorno di cose “usate”, non proviene l’angoscia dello svanire, ma il rinnovarsi del desiderio d’esserci ancora, nel richiamo della presenza a sé. La tensione tra la dilatazione dello spazio e l’approfondimento nel tempo richiama qualcosa dello stato umano, indicato dalla parola più abusata del linguaggio: (LIBERTÀ).
L’opera di Klee non è inclinata; è un piccolo gioco visuale che mi sono permesso di suggerire, perché incontrare le stelle di De Luca ha fatto sì che potessi meglio leggere l’opera di Klee, e la rotazione degli strati del tempo che sovrapposti e scrostati, come i meravigliosi intonaci dei muri delle case salentine, potentemente vanificano la freccia lineare del progresso, che a ritmi sempre più ansiosi e dispendiosi ci spinge a liquidare il tempo delle stratificazioni nella programmazione lineare della uni-direzionalità del tempo, e col tempo a liquidare in qualche modo persino la possibilità stessa di dimorare nel mondo.

Luca Carbone
Galatina Ottobre 2011

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